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mercoledì 5 agosto 2009

Crisi

Gli operai Innse presidiano la Prefettura
L'appello della Fiom: "Intervenga Berlusconi"

I cinque operai entrati ieri in fabbrica hanno passato la notte sul carro ponte sul quale si erano arrampicati ieri. Intanto la protesta si è spostata davanti alla Prefettura. Comizio volante in corso Monforte

Fonte la Repubblica Milano

mercoledì 29 ottobre 2008

Purtroppo è solo l'inizio

29/10/2008 (8:12) - ARRIVANO I PRIMI TAGLI: IL GRUPPO FRANCESE HA DECISO DI CHIUDERE LA PRODUZIONE ENTRO FINE 2009

Alla Michelin è finita
a casa tutti i 600 operai

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200810articoli/8506girata.asp

Purtroppo credo sia solo l'inizio di un'emorragia che dissanguerà il sistema, spetta a noi uscirne fuori imboccando la strada della sostenibilità.

sabato 20 settembre 2008

Più produttività? Più ore lavorative? In che mondo vivono gli "esperti" economici e del lavoro? Vogliamo venire anche noi vi prego!



Gli esperti del lavoro e dell'economia (almeno quelli che fanno parlare in TV) negano anche di fronte all'evidenza. Mentre qualcuno che non conosciamo e non abbiamo votato continua imperterrito a succhiarci il sangue, i prenditori(ci sono imprenditori in gamba ma non riescono a crescere in un'economia chiusa come quella italiana)continuano a evadere (anche i capitali) all'estero per sfruttare i nuovi schiavi dell'economia dei pochi, il lavoro ogni anno che passa è sempre meno, e sempre più per pochi eletti che hanno le conoscenze giuste, e quei pochi che lavorano devono sobbarcarsi il costo dello stato sociale, l'economia italiana e mondiale sono al tracollo, che cosa dicono? quali soluzioni? Aumentiamo la produttività dei lavoratori, la loro prec... pardon flessibilità e l'orario lavorativo.

Due sono le possibilità:


1)vivono in una dimensione diversa dalla nostra dove il sistema economico non è fallimentare:
2)vogliono definitivamente affondare l'Italia.

Se ci fossero quantità di lavoro a sufficienza potrei anche essere d'accordo. Se alla flessibilità si affiancassero le tutele sociali sarei d'accordo. La produttività aumenterebbe se la tecnologia venisse utilizzata a supporto dell'uomo e non come sostituto. Funzionerebbe come ragionamento se il FMI non ci imponesse un costante taglio alla spesa pubblica e un taglio alle tutele sociali per chi lavora "flessibilmente" e guadagna cifre (intorno agli 800 euro) che non gli permettono di potersi fare una famiglia, e comprare una casa. Poi non bisogna confondere produzione con produttività. Inizio a pensare che esistano due mondi.
Uno dove vivono gli esperti finanziari ed economici l'altro dove vivono quelli che realmente producono ricchezza. Oppure ci stanno fregando. Una delle due.

lunedì 9 giugno 2008

Nonostante tutto, la classe dirigente non muove un dito





Nonostante tutto sia documentato non si fa niente per evitare le tragedie. Le questioni sono due: o la classe dirigente non è preparata oppure agisce in malafede, decidete voi!

Dal sito di Greenreport clicca per leggere tutto

"Ancora una volta la dimostrazione che la crescita del Pil non va di pari passo con l´aumento del benessere di una popolazione.

«Esatto. Allora per questo è necessario cambiare strategia d´intervento, per esempio eliminare i sussidi all´agricoltura nei paesi del Nord, che vanno ad incidere sulle cause strutturali della fame. Poi c´è la misura che Bush ha presentato come ambientalista di produrre etanolo da mais, che in un mese ha fatto quadruplicare il costo delle tortillas e ha determinato l´aumento delle coltivazioni di granturco a scapito di altre coltivazioni basilari. Anche questo ha contribuito all´aumento dei prezzi delle materie prime che è senza dubbio legato anche alla crescita demografica e all´aumento della domanda da parte di paesi emergenti quali Cina e India. Ma ci sono anche altri meccanismi che contribuiscono a questa distorsione e alla mancanza di materie prime per il sostentamento delle popolazioni. Per esempio il Giappone ha un vincolo per impegni presi in ambito Wto, di comprare dall´estero il riso e di non esportarlo e in questo periodo in cui vi sono paesi limitrofi disperati per mancanza dell´alimento fondamentale della propria popolazione, non può venderglielo. C´è poi il fatto che ci sono multinazionali (cinque in particolare) che controllano il mercato e che stanno guadagnando tantissimo da questa situazione: comprano a prezzi irrisori e vendono a prezzi esorbitanti. E su questo stanno guadagnando anche altre imprese, ovvero quelle che commercializzano fertilizzanti, pesticidi e semi, che hanno richieste altissime dai paesi che stanno cercando di aumentare le produzioni di granturco. Aziende che hanno dichiarato in bilancio un aumento del reddito del 50% in una situazione in cui si estendono i paesi che ormai hanno raggiunto la non autosufficienza e che non avendo la possibilità, come la Nigeria che ha il petrolio, di aumentare le esportazioni vedono crescere di giorno in giorno le famiglie alla fame vera»."

sabato 7 giugno 2008

La crisi italiana


Per la biografia cliccare sull'immagine

di Paolo Sylos Labini

1. LE ORIGINI DELLA CRISI
Quella che stiamo vivendo è una crisi grave e sconcertante. Molti pensavano che l'Italia stava uscendo da un periodo oscuro, dominato da numerosi sintomi di degenerazione, fra cui una dilagante corruzione, per entrare in tempi brevi in una fase di miglioramento politico e sociale. Finora di questo miglioramento non c'è alcuna indicazione, anzi, pare che sia in atto un grave peggioramento: aumenta giorno per giorno il numero di coloro che si vanno convincendo che siamo caduti dalla padella nella brace (con diversi elementi positivi a favore della padella).
Lo svolgimento ha preso avvio poco meno di tre anni fa dalle inchieste aperte da alcuni giudici di Milano sulle così dette tangenti - che sarebbe più corretto definire secanti, come mi faceva notare un amico matematico -; le inchieste, oramai passate alla storia col nome di Tangentopoli, sono tuttora in corso.
Per cercare di comprendere quel che sta accadendo in un modo non superficiale dobbiamo cercare di andare oltre gli eventi contingenti e di considerare la crisi in atto adottando una prospettiva più ampia. A questo scopo possiamo prendere le mosse dalla concezione di Adamo Smith, il quale, prima di essere un economista, era un filosofo.
Secondo Smith, per cercare di comprendere l'evoluzione di una determinata società conviene studiare tre aspetti: cultura, istituzioni ed economia. Interpretando Smith, possiamo dire che la cultura comprende l'istruzione, l'etica, le abitudini, le idee e le ideologie prevalenti nella società. Le istituzioni comprendono le forme organizzative e l'assetto giuridico della società sia nella sfera del diritto pubblico che in quella del diritto privato. L'economia in senso proprio comprende le risorse naturali e la posizione geografica e riguarda la produzione e il commercio dei beni e le relazioni che si stabiliscono fra gli uomini nelle attività produttive e commerciali. I tre aspetti vanno visti unitariamente; così, la crescita della produzione e degli scambi è fortemente condizionata, anche se non puntualmente determinata, dall'evoluzione della cultura e delle istituzioni.
In questo periodo in Italia stiamo vivendo una crisi multipla: ideologico-politica, istituzionale ed economica.
La crisi ideologico-politica
Durante il secolo che ora volge al termine l'intera umanità, in un modo o nell'altro, ha vissuto uno dei drammi più terribili della storia moderna. Al centro di questo dramma..........Continua

mercoledì 28 maggio 2008

La fine del futuro



Un video che da un poco di speranza!!!!!!!!!!

Dal Sito: di Megachip


Intervista di Francesco Piccioni con Alberto Di Fazio - da il Manifesto

Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).

Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?

Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l'hanno raggiunto - come l'Arabia Saudita e altri minori - non riescono ad aumentare l'estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel '70, così come la Libia; l'Iran nel '74. Gran Bretagna e Novegia tra il '99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell'Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l'offerta è praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.

Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.

Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c'è stato tutto il tempo - 20 o 30 anni - per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il '70 e l'80, c'è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.

Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell'Artico.

Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E' «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti - la metà di quelle iniziali - questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l'Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.

Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?

Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l'85% e il 90% dell'energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l'8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c'è praticamente nulla, sulla terra. L'idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l'estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c'è anche l'uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l'alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l'energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.

Che cosa bisognerebbe fare, allora?

Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un'economia che va a legna. E nemmeno con l'energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l'agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.

Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?

In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un'equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E' una curva che cresce sempre di più, come quella dell'interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l'intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del '29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel '29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.

Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?

Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel , il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l'«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po' più in là nel tempo, nel . Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel '98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel '72, nel '92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l'80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c'è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.

domenica 4 maggio 2008

Qualcuno l'aveva capito

Andando ad indagare nella storia si incontrano persone straordinarie che avevano previsto la crisi economica e sociale dei tempi nostri. Sarebbero stati dei grandi statisti, qualcuno evidentemente non ha voluto!!!!!